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STAGIONE 2006/07 |
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Genoa:
Rubinho, Bega, De Rosa (46' Galeoto), Masiello, Rossi, Milanetto (75'
Adailton), Coppola (31' Juric) Fabiano; Leon, Greco, Di Vaio. A disp. Scarpi,
Di Maio, Carobbio, Botta. Allenatore: Gasperini.
TUTTOSPORT - Genoa - Napoli: festA per due. Il Piacenza pareggia, niente playoff: il pari di Marassi vale il paradiso. Traverse di Sosa e De Rosa, ma il gol-promozioni lo fa il triestino Allegretti. di Vittorio Oreggia. GENOVA. Ogni tanto ritornano. Sei anni dopo il Napoli, addirittura dodici il Genoa. Tornano in serie A perché in fondo se lo sono meritato e perché il Piacenza, decimato da infortuni e squalifiche, non è andato più in là di un esiziale pareggio. La matematica non è un’opinione, i regolamenti pure. Per la verità, è stato pareggio ( e senza gol) anche a Marassi, lo stadio di una festa annunciata, il palcoscenico di una grande, straordinaria mescolanza di gente e di latitudini, di emozioni e di gioie. Zero a zero qui, con l’orecchio teso a sapere cosa capitava laggiù, nella bassa Padana. E poi le solite scene liberatorie, l’invasione di campo anticipata di due minuti, nell’istante in cui è diventata ufficiale la promozione, la metà dei rossoblù finiti in mutande, la partita che non è potuta riprendere per mancanza di materiale umano ed è ricominciata per finta, l’arbitro Rocchi disperato nel tantativo di richiamare in campo giocatori che stavano in trance sotto la curva, il patron Preziosi abbracciato alla figlia, in lacrime, il presidente De Laurentiis con il gel gocciolante dai capelli fino sulla guancia, un’orgia scomposta di belìn e il coro oje vita/ oje vita mia. Zero a zero qui, in un clima da estate piena, con le tifoserie gemellate, manco uno slogan di quelli che fanno accapponare la pelle perché dicevamo - l’atmosfera era gaudente e non avvilente. Però, sia chiaro, la sfida tra la seconda e la terza del campionato di serie B è stata autentica fino all’ultima parata di Iezzo su Leon, al 43’ della ripresa, fino all’intervento strepitoso di Rubinho su Bogliacino 4 minuti prima. In fondo, il Napoli poteva speculare un po’ sul punto di vantaggio che aveva in classifica, il Genoa invece no. E non poteva nemmeno permettersi di vivere di rimbalzo al risultato di Piacenza per una storia di sfighe galattiche e di sberleffi del destino. Si è giocato davvero a pallone, là dove l’intensità agonistica del match ha compensato evidenti lacune qualitative: il cuore, i nervi, la voglia di finire bene e di finirla in fretta scongiurando i play off. Nel complesso, la squadra di Reja ha regalato un’impressione più incoraggiante rispetto a quella di Gasperini. E forse questa disparità di sensazioni scaturisce da un doppio motivo: i partenopei, per struttura tecnica, si esprimono meglio quando possono aspettare e ripartire; i rossoblù, che giocano sempre a trazione anteriore, hanno faticato a scrollarsi di dosso la tensione e per mezz’ora abbondante sono rimasti contratti, incapaci di capitalizzare il possesso palla dalla cintola insu, quasi mai pericolosi. Tutto sommato, ad ogni modo, occasioni ce ne sono state: una traversa colpita da Sosa, un’altra scheggiata da De Rosa, l’opportunità sprecata da Leon solo in area, il balzo felino di Robinho sulla zuccata ancora di Sosa. Lampi qua e là. A livello psicologico, la gara ha conosciuto la sua svolta al minuto venti del secondo tempo, quando il tam-tam dei tifosi ha ufficializzato al popolo dei presenti il pareggio della Triestina a Piacenza per merito di Allegretti, uno che è stato a libro paga di Preziosi e a quanto pare possiede un senso spiccato per la riconoscenza. Zero a zero qui. Con alcune sottili sfumature da cogliere. Il Napoli è stato compatto e parecchio efficace nel primo tempo, aiutato da una supremazia netta esercitata a centrocampo, reparto in cui ha spopolato il capitano, Montervino, un tipo che non ha paura di correre e di menare. Giustamente scorbutica è stata la difesa, eccellente il contribuito di Calaiò sull’intero fronte offensivo, meraviglioso il Pampa, al secolo Sosa, appena al di sotto del suoi standard abituali l’argentino Bogliacino. Nella ripresa, al contrario, la pressione genoana si è fatta sentire, anche perché gli infortuni di Coppola e De Rosa hanno costretto Gasperini a correggere la formazione, quasi a ridisegnarla, con De Rossi arretrato sulla linea della ritroguardia, Galeoto sulla corsia destra, Juric nel mezzo. Fino alla mossa di Adailton al posto di Milanetto, in maniera da avere sul campo contemporaneamente quattro attaccanti. Coraggio che è stato comunque premiato, lucida follia per dare a nessuno l’impressione che ci si potesse adagiare sulle grazie altrui. Cameriere, champagne per tutti.
TUTTOSPORT - LE PAGELLE Rubinho e Iezzo, porte chiuse Di Vaio delude, Sosa è super. GENOA. Rubinho 7: lo salva la traversa sulla testata di Sosa, ma è bravissimo a neutralizzare un’altra zuccata del Pampa e a respingere un sinistro al volo di Bogliacino. Bega 5.5: primo tempo disastroso, Calaiò lo fa morbido. Meglio nella ripresa, quando infatti non c’è più l’attaccante partenopeo. De Rosa 6: si dimentica di Sosa nell’azione in cui l’argentino colpisce la traversa, si riscatta colpendo a sua volta un legno. Galeoto (1’ st) 6: abbastanza applicato sulla destra, dove transita lo sgraziato Savini. Masiello 6,5: il migliore della difesa, lotta su ogni pallone e si fa vedere anche in avanti con un paio di sgroppate pericolose. Rossi 6: comincia a centrocampo e non rende al meglio, debole per lo meno quanto e come Bega. Cresce nel secondo tempo allorché Gasperini lo chiama a fare il difensore. Di spinta. Coppola 5,5: prestazione anonima. Nel tentativo di azzoppare Grava, si infortuna. Non prima di essere ammonito. Juric (31’ pt) 6: onesto podista, corre tanto. Milanetto 6: troppo frenetico all’inizio, troppo compassato alla fine. Infatti non conclude la partita. Adailton (30’ st) ng: una sua punizione mette i brividi a Iezzo. Fabiano 6: lineare, ordinato. Sta a sinistra e va a sbattere contro Garics. Circoscrivendone la pericolosità. Leon 5,5: grande velocità, qualche spunto pungente, un paio di buone conclusioni, un’opportunità colossale divorata nella ripresa, ma anche tante, tantissime giocate senza il sostegno dell’intelligenza. Greco 6: il suo è un lavoro sporco, a beneficio di Di Vaio e Leon. Da premiare l’impegno e la battaglia dura con Domizzi. Di Vaio 6: la cosa più bella della sua partita un po’ così è la palla che serve a Leon nel secondo tempo. Sufficienza di stima, perché possiede doti tecniche indiscutibili. All. Gasperini 6: il Genoa rende al di sotto delle possibilità nella partita più importante della stagione. Perché? Colpa solo della tensione nervosa? NAPOLI. Iezzo 6,5: presente e attentissimo, come ad esempio quando anestetizza un tiro avvelenato di Leon a pochi minuti dalla conclusione della partita. Grava 6: gli tocca Di Vaio, che ogni tanto si accende e spesso viene spento. Anche con le maniere forti. Cannavaro 6: pilota bene la difesa, rischia il minimo e se c’è bisogno spazza l’area con la ramazza. Gli sono serviti i consigli del fratello maggiore, Fabio. Uno che ha vinto il Mondiale... Domizzi 6: bisticcia con Greco, si fa ammonire, salva nel primo tempo una situazione intricata anticipando Di Vaio e Leon, è l’icona stagionale del Napoli. Garics 5,5: prestazione impalpabile sulla corsia destra. Giubilato (49’ st) ng. Montervino 7: giocatore di quantità, non di qualità. Eppure, tenuto conto del contesto, utilissimo per stoppare il Genoa. Soprattutto nel primo tempo è un gigante a centrocampo. Insomma, pasta di capitano. Gatti 5,5: non graffia mai, sempre titic e titoc. Fino a quando non si infortuna. Dalla Bona (18’ st) 5,5: era una promessa ed è rimasto tale. Bogliacino 6: benino, non benissimo. Anche se il sinistro al volo con il quale impegna Rubinho è davvero spettacolare. Savini 6: onesto randellatore di fascia. Sosa 7: poco appariscente ma straordinariamente utile. Vince la maggior parte dei contrasti aerei, tiene alta la squadra, impegna la difesa genoana, centra una traversa, costringe Rubinho a una paratona. E prende anche le botte. Calaiò 6,5: ottimo nel primo tempo, perché scodella a Sosa il pallone della traversa, prova a segnare con una conclusione dal limite, si batte e si sbatte con caparbietà. Pià (14’ st) 5,5: l’esatto contrario di chi lo ha preceduto. Tanto da non capire la ragione del suo innesto. All. Reja 6,5: interpreta bene l’incontro, anche perché può fare giocare il Napoli come meglio crede, ovvero in posizione di attesa, pronto a innescarsi nelle ripartenze. E De Laurentiis lo riconferma. Arbitro. Rocchi 5,5: non sempre è convincente nelle sue scelte.
TUTTOSPORT - Gasperini: «E’ solo l’inizio» Preziosi in lacrime: «Un’impresa dedicata a chi ha sofferto con noi». Il tecnico confermato: «Aprire un ciclo con il Genoa? Non chiedo altro». Prima tutti sotto la Nord poi in pullman per le strade di Genova tra 50mila tifosi in delirio. Razzo nel palazzo della Regione: principio d’incendio, subito domato. di giovanni Tosco. GENOVA. Le lacrime di rabbia di una settimana fa si sono tramutate in lacrime di gioia. Ma non per caso o per fortuna: semmai, erano quelle di Mantova a stonare con la realtà, con quanto era stato costruito fino a quel momento. Ebbene sì, il Genoa è in serie A. A dodici anni esatti - quando si dice il destino... - dall’ultima retrocessione, ritrova il posto che merita per la sua ultracentenaria storia e, soprattutto, per quanto ha mostrato nel campionato di B più difficile di sempre. La sfilata per le strade della città, su un pullman scoperto, si è trasformata in un autentico delirio in mezzo a cinquantamila tifosi ebbri di gioia, tra bandiere e striscioni («Volevano ucciderci: ci hanno reso immortali», il più emblematico). Solo un brivido: un razzo sparato da un tifoso genoano in festa è finito dentro una stanza della sede della Regione Liguria a Genova provocando un principio di incendio che è stato spento in pochi minuti da uomini della vigilanza interna e i vigili del fuoco. Dopo il bagno di folla, tutti a cena in un ristorante dove fino a tarda notte è stata celebrata la giornata che nessuno potrà dimenticare. Non si vergogna di piangere, Enrico Preziosi, mentre abbraccia la figlia Paola, la iena Luca Bizzarri e chiunque gli passi attorno. «E’ una promozione che ci ripaga di due anni di sofferenze. Per essere qui abbiamo dovuto vincere tre campionati, ma quel che conta è che la città, i tifosi e il sottoscritto possono finalmente esultare. Che sia stato un gol di un mio ex giocatore a regalarci questa gioia ( Allegretti, autore dell’1-1 della Triestina, n.d.r.) dà un valore speciale alla festa». Quando mancavano dieci minuti alla fine, Preziosi si è alzato dalla poltroncina: «Non riuscivo a resistere, non riuscivo a stare fermo ». Una sigaretta dopo l’altra, una pastiglietta marca Leone dopo l’altra. Poi, il fischio finale e il pianto liberatorio. «In queste situazioni si è talmente frastornati che quasi non ci si rende conto della realtà. Ma una domenica così è straordinaria: Genoa e Napoli insieme in serie A. E’ una delle poche volte in cui c’è giustizia nel calcio, nonostante l’invasione della Juventus ci avesse privato di un posto...». Dopo tanto, Preziosi è tornato a correre sotto la Nord: «Mi sembrava giusto salutare e ringraziare i tifosi, a cui dedico queste emozioni. A loro e a chi ha sofferto con noi». Quando, nel 2005, il caso Venezia vanificò la promozione conquistata sul campo, il re dei giocattoli lanciò il suo proclama: Non mollo, non mollo, non mollo. «Qualcuno mi ha preso in giro per quelle frasi, ma per me non mollare significava non tanto essere testardi quanto avere la voglia di pedalare in salita. Io vengo da una terra dove si semina e si zappa però non sempre si raccoglie. E’ la cultura del sacrificio...». La conferma di Gian Piero Gasperini, il cui contratto è in scadenza, diventa ovviamente una pura formalità. «L’ho già detto a lui. Il nostro tecnico è una persona a cui voglio bene, una persona che apprezzo sotto l’aspetto umano oltre che professionale. Ci siamo dati parecchio, in questi mesi. E adesso spero che ci accompagni a lungo, per costruire un ciclo che vada al di là della promozione. Questo gruppo è il migliore in assoluto da quando sono nel calcio. Basta con i discorsi sulle maledizioni: abbiamo dimostrato che non ce ne sono... Noi genoani mugugniamo perché siamo fatti così, però ora bisogna guardare al futuro con ottimismo». L’ultima riflessione è mutuata dalle dichiarazioni rilasciate a più riprese da Gian Piero Gasperini, il primo ad avere il coraggio di dire basta alla retorica della sofferenza. «Visto che non esiste soltanto la sfortuna? Avevo ragione a sostenere che c’è anche la possibilità di gioire...», sorride il tecnico, abbracciato dalla moglie Cristina («L’ho sempre seguito nell’ombra » ) e dal figlio Andrea con parruccona rossoblù ( « Sono felice per chi era a Mantova: dopo quella sconfitta ho capito cosa significa essere genoano »). Agli elogi di Preziosi risponde con un sorriso: « Ho grande stima per lui. Ha passato attimi terribili: è bello regalargli questa festa. Ora andiamo in vacanza, poi si riparte: e non più dalla cantina, ma almeno dal primo piano...». Gasperini si è concesso, finalmente, all’ovazione della Nord: «Ho sempre detto che avrei aspettato un grande momento per correre sotto la gradinata. E’ arrivato, ma in realtà non ho corso perché mi ha portato Scarpi sulle spalle. Meglio... da solo non ci sarei arrivato, provato com’ero. Questa giornata deve rappresentare un esempio per tutti: due squadre che lottano per superarsi e i tifosi che le incitano ma avendo nei rispettivi confronti il massimo del rispetto. Una splendida pagina di sport». Non era facile assorbire la delusione per la beffa di Mantova: «Subire gol a due secondi dalla fine poteva essere devastante. Siamo stati bravi in settimana a lavorare sull'aspetto psicologico. Oltre tutto, alla sfida decisiva siamo arrivati con tanti problemi: le assenze di Criscito, Gasparetto e Stellini, le condizioni precarie di De Rosa che ho dovuto sostituire nell’intervallo, c’è stato l’infortunio di Coppola nel primo tempo... Quando Leon ha sbagliato quel diagonale, ho avuto un attimo di timore: sapevo che avremmo rischiato di affrontare i playoff in condizioni difficili. Ma è stato un attimo perché un campionato così poteva finire soltanto in un modo: con la promozione».
CORRIERE dello SPORT - LE GRANDI VANNO IN A. Napoli d’acciaio anche a Marassi. Traversa di Sosa, palo di De Rosa, Di Vaio sfiora il gol Alla fine Reja incassa il punto che vale il secondo posto. GENOVA - La favola ha scritto il suo lieto fine a quarantanove minuti e trenta secondi della ripresa. Il fischio di Messina a Piacenza è arrivato alto e forte a Marassi. Lo stadio è esploso: urla, canti, gioia e lacrime, tante lacrime. Dei napoletani che avevano perso sei anni fa la serie A; dei genoani che l’avevano persa dodici anni fa. Nel mezzo un lungo, tribolato cammino verso la resurrezione, tra speranze e improvvise cadute, illusioni e cocenti delusioni. L’onta della C1 e di lì la risalita verso il paradiso che non poteva proprio attendere, soprattutto non poteva attendere i play off. Il gol più pesante del campionato delle due squadre lo ha segnato Allegretti a Piacenza. La gente è entrata sul terreno di gioco di Marassi mentre attonito l’arbitro Rocchi provava a far ripartire il gioco per esaurire l’ultimo minuto e mezzo rimasto a disposizione. Ebbri di gioia, i tifosi hanno denudato i propri beniamini. Per cinque minuti non si è capito nulla. Anzi, si è capito solo una cosa: Napoli e Genoa erano tornate in A, insieme, gemellate non sole nell’affetto del tifo ma anche nella sorte, a volte cattiva, questa volta buona. E mentre l’altoparlante provava a rispedire la gente sugli spalti, alcuni calciatori del Genoa vagavano in mutande alla ricerca di una maglietta che consentisse loro di portare a termine, trionfalmente, il campionato. Rocchi è riuscito a far ripartire la gara. Ma la gente ha dovuto attendere solo novanta secondi. Poi il fischio finale, le lacrime, i bagni nella fontana di Piazza De Ferrari, centro di Genova ma anche di Napoli perché la stessa felicità si scatenava a molte centinaia di chilometri di distanza. Una promozione per due, che profuma di mare, di mondi sempre in bilico fra felicità scatenata e tristezza rassegnata: ieri il pendolo ha toccato le corde della felicità. Due squadre diverse eppure simili, nella voglia di arrivare al risultato senza code ulteriori che sarebbero state vissute come una forma di ingiustizia perché dieci punti di distanza sulla quarta sono tanti, ma nove non sarebbero stati molto di meno come dodici non sarebbero stati molto di più. Squadre diverse nel modo di intendere il calcio: offensivo, brillante quello del Genoa che alla fine ha addirittura giocato con quattro attaccanti mettendo Leon a centrocampo dopo aver arretrato Marco Rossi nel ruolo di marcatore (in seguito all’uscita di De Rosa); concreto, cinico quello del Napoli, abituato a gestire i piccoli vantaggi (tredici 1-0 in stagione, un record) e venuto a Marassi per ottenere almeno il risultato minimo, cioè il pareggio. Questa partita merita più una lettura emozionale che tecnica. Il Napoli si è difeso bene, soprattutto nel primo tempo quando ha preso un incrocio dei pali con Sosa (conclusione di testa) e sfiorato il gol con Calaiò (tiro dal limite). Ha dominato sulla fascia sinistra con Savino e Bogliacino dove Leon e Marco Rossi opponevano scarsa resistenza. Gli infortuni hanno costretto Gasperini a remare controcorrente visto che è stato obbligato a sostituire subito Coppola con Juric e poi de Rosa con Galeoto. Eppure nella ripresa il Genoa ha tenuto sotto pressione il Napoli e dopo aver colpito nel primo tempo un palo con De Rosa, ha sfiorato la rete con Di Vaio (anticipava Iezzo in uscita maldestra) e poi con Leon ( più efficace dopo essersi accentrato). Ma la presenza di Rubinho fra i pali ha consentito ai liguri di evitare il peggio su una schiacciata di testa del solito Sosa (un gladiatore). Ma tutto questo è solo un dettaglio perché la sostanza è la promozione. La serie A ritrova due protagoniste, ritrova quattro derby, ritrova il calore di una grande capitale del Sud. Ritrova le lacrime di quei ragazzi che portavano sulle spalle il segno di un passato che ora si trasforma in una speranza di futuro: il «10» e il volto di Maradona. Napoli è questa, il Napoli non dimentica: è tornato, sei anni dopo, grazie a due promozioni consecutive ( al pari del Genoa), dopo mille tribolazioni finanziarie e dopo una serenità economica finalmente ritrovata grazie a De Laurentiis. Il futuro è adesso.
CORRIERE SPORT - Le pagelle. Sosa ancora esemplare. Una diga Iezzo e Grava Montervino combattente. Bene Rubinho e M. Rossi. GENOA: 7 Rubinho - Fondamentale parata nel 2º tempo su una conclusione di testa (schiacciata) di Sosa. Si infortuna leggermente ma si riprende. Molto sicuro. 6 Bega - Comincia alla destra di De Rosa ma dopo l’infortunio del regista difensivo si sposta a sinistra. Esperto e affidabile. 6 De Rosa - Colpisce il palo con un tocco di testa su punizione di Leon. Ma poi si infortuna e Gasperini viene costretto ad avvicendarlo con Galeoto. 6 Galeoto - Subentra a De Rosa. Appare un po’ nervoso poi si scioglie anche lui nel clima di festa. 6 Gasperini ( all) - La sua squadra arriva alla meta con un po’ di fiatone. Si era complicato la vita con il Mantova. Ma ieri la Triestina gli ha dato una mano. 6 Greco - Lotta, prende botte, soprattutto nel primo tempo è il giocatore che crea maggiori grattacapi al Napoli. 6 Juric - Chiamato dopo mezz’ora a sostituire l’acciaccato Coppola, aggiunge ulteriore vitalità alla manovra genoana. 6 Masiello - Comincia nel ruolo di marcatore, poi, dopo il forfait di De Rosa, si trasforma nel regista difensivo. Non demerita. 6 Milanetto - In mezzo al campo è lui che detta i ritmi e i tempi. Molto bene il primo tempo, crolla un po’ nella ripresa quando vengono meno forze e muscoli. 6 M. Rossi - Giocatore molto duttile visto che comincia a centrocampo nella posizione di esterno destro e poi viene arretrato in quello di difensore. Nel primo tempo soffre un po’ sulla fascia forse perché viene scarsamente aiutato da Leon. 5,5 Coppola - Resta in campo mezz’ora. Non incanta. 5,5 Di Vaio - Non riesce a entrare nel vivo della partita. E restando ai margini non incide sul risultato. 5,5 Fabiano - Poco da segnalare sul suo conto. 5 Leon - Sbaglia nella ripresa il più facile dei gol (solo davanti a Iezzo, seppur defilato, manda fuori). Poco incisivo nel primo tempo, un po’ meglio nella ripresa (sui calci da fermo). NAPOLI: 7 Sosa - Un vero e proprio gigante e non solo per motivi fisici. Il più pericoloso in fase d’attacco, preziosissimo in fase difensiva sulle palle inattive (sino a quando resta in campo de Rosa). 7 P. Cannavaro - Attento e a volte anche cattivo (tanto è vero che rimedia una ammonizione). Nella sua gara non si individua una zona d’ombra. 7 Iezzo - Fondamentale la sua presenza tra i pali. Dà sicurezza ai compagni della difesa in una gara in cui bisognava soffrire. Bella parata su un tiro dalla lunga distanza di Leon. 6,5 Bogliacino - Estremamente positivo nel 1 º tempo quando insieme con Savini crea enormi problemi a sinistra. Cala un po’ nella ripresa. 6,5 Grava - Preciso in fase di marcatura, non lascia molte palle a Di Vaio. Un giocatore prezioso e duttile. 6,5 Montervino - Grande combattente, lotta su tutti i palloni e nel 1 º tempo regala qualche assist. 6,5 Savini - Anche per lui un 1º tempo molto buono: chiude su Leon che gli facilita il compito tenendosi molto largo e riparte assecondando l’azione offensiva di Bogliacino. 6,5 Reja (all) - De Laurentiis lo ha confermato. E’ alla sua 4ª promozione, la 2ª consecutiva con il Napoli. Un allenatore criticato ma saggio che ha sfruttato al meglio la «rosa» a disposizione. 6 Dalla Bona - Subentra a uno spremuto Gatti. Molto impegnato soprattutto in fase difensiva. 6 Domizzi - Un po’ nervoso, soprattutto nella ripresa quando si fa ammonire per proteste. Commette qualche errore e regala al Genoa una occasione da gol. 6 Garics - Sistemato a destra, controlla Fabiano. Non si esalta ma non demerita. 6 Gatti - Comincia maltrattando qualche pallone. Poi si rinfranca facendo girare la palla. Nella ripresa scoppia. 6 Calaiò - Un buon cross nel primo tempo per la testa di Sosa. Ma in altre partite ha dato di più. 5 Pià - Subentra a Calaiò, ma non aggiunge nulla alla manovra, soprattutto nelle ripartenze. L’arbitro Rocchi 5,5 - Non sempre preciso. Pasticcia un po’ con il fischietto ma non produce danni irreparabili.
CORRIERE dello SPORT - FESTA GENOA Il presidente dai processi alla promozione: «Questa gioia cancella tre anni di sofferenze». Preziosi: Mi sento ripagato. di Emmanuele Gerboni. GENOVA - La notte è sempre troppo piccola quando ci sono feste così, partecipate e divertitevi. Un party formato gigante, c'è posto per tutti. Sono cinquantamila, aprite le porte della Superba, l'invasione è appena iniziata. Piazza De Ferrari, un'onda rossoblù che stordisce Genova. Sventolano anche le bandiere azzurre, è una sbornia che ubriaca tutti. Ore 19.30, sale da via XX Settembre il pullman del Genoa: ci vediamo lassù, dove c'è il cuore della festa. Serie A, quell'urlo non basta mai. Appare un lunghissimo striscione: « Volevano ucciderci, ci hanno reso immortali » . E adesso inizia un'altra vita: « Vogliamo aprire un ciclo. Basta con questa maledizione, adesso dobbiamo essere tutti più ottimisti. Siamo felicissimi. Ma oggi voglio solo dire una cosa: dedico questa promozione a tutti coloro che ci hanno voluto bene, che hanno voluto bene al Genoa. A tutti, nessuno escluso. Per me è una giornata incredibile, di gioia immensa: questa domenica mi ripaga di tutto» , spiega Enrico Preziosi. ISOLATO - Gli ultimi dieci minuti di partita, li ha trascorsi in una stanzetta della tribuna d'onore. A guardare ciò che accadeva a Piacenza, a sperare che nulla cambiasse. « Alla fine è andata bene. Il futuro? Non voglio dire niente, è presto per parlarne. Ma dovreste conoscermi, sapete che sono ambizioso» . Infine applausi a Gasperini: « Certo che sarà lui il nostro allenatore, spero ci accompagni nel nostro progetto: vogliamo aprire insieme un ciclo importante» . IL TECNICO - E Gasperini? «Speravamo di raggiungere la promozione in modo diretto, ci siamo riusciti insieme al Napoli, meritatamente. E' un successo dedicato al presidente, alla società, ai ragazzi e a tutti i tifosi che finalmente possono gioire» , racconta il tecnico. Loro, i protagonisti, saltano, ballano, cantano. E raccontano: « E' stata la partita più importante della mia carriera: non poteva esserci un finale così bello, il mio Genoa e il mio Napoli che festeggiano insieme» , spiega Gaetano De Rosa. Ci sono storie che si intrecciano e si moltiplicano. Come quella di Marco Rossi. Dalla B alla A (sfumata dopo il caso Venezia), dalla C alla B, dalla B alla A. Su e giù come un’altalena che finalmente si è fermata. Scendiamo a terra che la festa continuerà senza orari. Insieme a lui, Alessio Scarpi e Christian Stellini: «Adesso? Siamo in serie A, mi basta anche solo una partita e posso ritirarmi » , racconta Rossi. C'è Rubinho, mani d'oro e sguardo da bravo ragazzo. Evviva la scuola brasiliana dei portieri: « Mio fratello (Zè Elias, ex giocatore di Genoa e Inter, ndc) me lo aveva detto, “il pubblico rossoblù è unico e vedrai in caso di promozione”. Aveva davvero ragione » . Balliamo ancora la samba insieme a Fabiano ( «E' giusto che sia finita così, noi e il Napoli abbiamo meritato questa soddisfazione » ) e Adailton, capocannoniere rossoblù: « Mi ha fatto piacere, è una gioia in più che assume un significato ancora più bello in questa annata trionfale ». Tocca al prossimo, ecco Marco Di Vaio: «E' stata una scommessa vinta quella di ritornare in Italia, ripartendo dalla serie B » . Cioè quella lettera che si può togliere dall'alfabeto del Genoa.
IL SECOLO XIX - IL GENOA TORNA IN PARADISO. Poi esplode la festa in città. Rimane fuori dalle porte di Marassi il calcio dello stato d'assedio: tifosi genoani e napoletani uno accanto all'altro. L'invasione, il minuto da giocare: sette rossoblù contro dieci azzurri. E Masiello, Greco e Galeoto sono in mutande. di Giorgio cimbrico. Genova. Finisce dieci contro sette, quelli del Napoli in divisa, quelli del Genoa in abbigliamento non ortodosso: Galeoto, Greco e Masiello sono in mutande. Colpa di un sacco di fatti che precipitano uno sull'altro: il recupero-fiume (6'), le notizie che vengono distillate da Piacenza (è finita, non è finita), l'invasione che anticipa gli eventi ma quel minuto e mezzo che manca alla A del Genoa, alla A del Napoli, deve essere giocato. Anche dieci contro sette, anche in mutande: l'ultimo pallone marchiato B lo tocca Masiello, colpo di testa mentre tenta di infilarsi dentro una maglia che qualcuno gli ha allungato. E ora, largo alla corrente dei tifosi: un torrente che si gonfia con le lacrime. Per gli espedienti letterari, l'ora è banale: le cinque della sera. Alle cinque e cinque, Gasperini e Reja sono spariti nel tumulto e erba non se ne vede più. Il potere è del popolo. Rossoblù e azzurro. Cancellato il 10 giugno, spazzato il 1995 del loro scontento, della canzone dei tifosi morti, della Firenze livida, della ritirata silenziosa. Come all'inizio di Otello: esultate, l'orgoglio genoano arriva in un vento che non c'è, nell'umido che schiaccia: la maccaia è genovese come il Genoa, ha meritato citazioni di Paolo Conte, è una condizione di mare, di costa, di golfo. E la risalita sembra uno schema per un sonetto: BACBA. In due anni, la gioia breve come un soffio, la disperazione, la vergogna, la giustizia sommaria, la ricostruzione dalle macerie morali, la fabbrica della squadra, la voglia di riconquistare le generazioni che potevano essere perdute, la scommessa per risentirsi saldi, vecchi e forti, il risorgere, i dubbi, l'incespico, la Giornata. La Giornata vissuta dentro la scatola rosso mattone e rossoblù in un tossicchiare della macchina del tempo che riesce ad avviarsi per riportare ad altre giornate di confine estremo: a Modena '88 il Drake stava per entrare in agonia e il Grifone riusciva a staccarsi da terra. E ora, Genoa e Napoli avvinti come capita da 25 anni, in una visione lontana dal calcio proibizionista del nostro tempo: mischiati e felici. Altrove è normalità, ieri era normalità. E ora, il ritorno dopo 12 anni (per il Napoli sono stati sei, lunghi anche quelli), e ora il derby che è già l'obiettivo, l'orgoglio da assaggiare sul filo della spada. E gli incubi che se ne vanno, messi alla porta. E per le maledizioni che hanno vagato nella storia secolare, posti esauriti. Siepi di volti, gente che c'è sempre stata, gente che è tornata, figli di genoani volati via - Signorini il capitano, Scoglio il tribuno, Gorin il duro - la Spoon River del Grifone: l'allegria è fatta di tristezze riunite, di rimpianti, di ricordi, di nostalgie. Tutti i giornali d'Italia hanno mandato un inviato: Genoa-Napoli è lo spareggio che viene in fondo all'infinita stagione regolare, è la zampata del diavolo sul calendario: riporta a una partita che è stata una finale senza esserlo: Brasile-Uruguay 1950, 200.000 al Maracanà, decisa da un ligure di pura razza che il Genoa non volle, Pepe Schiaffino, visione chiara e stoccata precisa: quelli che vissero la Gran Disgrazia e il Lutto del Brasile non hanno dimenticato. Genoa-Napoli, la squadra di Gianni Brera contro la squadra di Totò Ghirelli, è anche un derby letterario, è il calcio per quel che è, storia, anche storia patria. Bandiere del Napoli in mezzo alla Sud: un miracolo in un calcio di esclusioni, di cavalli di frisia, di stati d'assedio. Tentativi di riesumare un calcio che gaglioffi, in alto e in basso, hanno portato vicino al coma. Lo striscione appeso sul boccaporto è un abbraccio: benvenuto, fratello napoletano. Fotogrammi: Pastorello con la sua aria biblica, il campano Preziosi con il suo tentativo di imperturbabilità (alla fine, distrutto: 42 partite sono la più lunga delle maratone), i rossoblù con la sua elettricità a voltaggio pericoloso, la traversa di Sosa, un respiro da fossa delle Marianne, il Genoa che sparisce dal campo, il Napoli elegante, il Piacenza in vantaggio. È il 33', il Genoa non è in A e Degano ha un nome che ricorda Gano di Maganza, gran traditore. Sempre il film: la parabola effettata di Leon, Juric che prova a recitare da cometa spedita in un difficile paradiso, la palla, scagliata in mezzo da De Rosa, che ballonzola tra palo e linea e per un attimo tutti fermi a guardare come, dove andrà a finire: il tempo fa presto a dilatarsi. Il riposo è come una sosta all'angolo dei secondi: sono in 37.000 e sono stanchissimi. Cori rinviati: il fiato è in riserva, l'ansia annoda le corde vocali. E quando Leon, solo, spadella fuori il pallone uscito da un vortice di contrasti, il professor Alberto Zangrillo, che ha dato nuove fibre al tessuto del Cavaliere, compie un attonito giro su stesso: c'è di nuovo partita dentro la scatola e le forze di tutti corrono verso l'esaurimento: qualche salva di fischi usando un filo d'ossigeno sino al 20' quando arriva la scossa che allontana da un torpore che avvolge come in un bozzolo: il pareggio della Triestina è l'elisir, è l'artifizio regolamentare che diventa benedizione. La Nord scandisce un battimani, attende sul filo dei minuti le notizie che le radio singultano e che improvvisati cantastorie gonfiano e spremono. Patto di non aggressione, guerra non guerreggiata, dicono quelli che ne sanno una più del diavolo. Sarà, ma Adailton disegna una parabola che esce vicina al palo; sarà, ma Bogliacino picchia duro dai venti metri e Rubinho si arrampica nell'aria; sarà, ma Leon scarica in corsa e Iezzo si inarca come un astista in svincolo per spedire in corner. Marassi è un mare di piccole creste che si preparano a diventare onda. Qualche giocatore comincia ad agitare il pugno, a sventolare le braccia. A Piacenza è finita, a Piacenza non è finita: linee laterali occupate. Tra chi presidia, Claudio Onofri che con il Genoa ha fatto i capelli bianchi: prima invasione, quel minuto e mezzo, seconda invasione. Masiello è nudo. Il Genoa no.
IL SECOLO XIX - Preziosi: «E io non mollo...» «Non parliamo più di sfortuna. Adesso voglio aprire un ciclo». Il presidente. Enrico Preziosi guarda avanti: «Basta parlare di sfortuna. Con Gasperini apriamo un ciclo». Ultimi minuti di fronte alla tv : «Ho gufato il Piacenza». «Grazie Allegretti, gli manderò un mazzo di fiori». di Marcello Zinola. Genova. Non aveva fatto scaramanzie particolari Enrico Preziosi, affrontando la sua partita come le altre volte. Ma gli ultimi otto minuti non ce l'ha fatta, è sparito dalla tribuna. Ed è sceso nel pancione del Ferraris: «Sono andato a vedere Piacenza-Triestina e a gufare un po'». Certo rispetto a due anni fa... «Di Vicino (segnò il rancoroso 2-2 emiliano, ndr) lo ricordo non con astio, ma non bene. Ad Allegretti (autore dell'1-1 dei giuliani; segnò anche il gol che portò in A il Como di Preziosi: segni del destino) manderò un telegramma e dei fiori». Presidente, lasci perdere i fiori, hanno già portato male al Genoa. Sorriso. «Non quei fiori lì». La gufata scaramantica la confesserà dopo, ancora catatonico, con la partita (forse la prima della storia) che finisce per essere giocata qualche secondo in mutande, giusto per la formalità del triplice fischio finale. «Quelle corse in mezzo al campo sono state la liberazione di tre anni di sofferenze per tutti. Io questa vittoria la dedico a chi mi, e ci, vuole bene». Cosa aveva in tasca, un portafortuna che sembra una maschera del teatro greco? «Un portafortuna che ho sempre con me, se lo faccio vedere che portafortuna è?». Fine di un incubo, inizio di un ciclo targato "GasPrez". «Io glielo dissi a marzo quando qualcuno scriveva e diceva che...: Gasperini rimane con o senza serie A, perché fa parte del progetto. Ci ha dato, mi ha dato, molto non solo sul piano professionale. Il futuro è con lui, poi smaltite le feste parleremo delle cose da fare. Di sicuro posso dire che a me piacciono le formazioni competitive e che pensano positivo. E Gasperini ha tre qualità». Quali? «Lo stimo perché pensa al lavoro e collabora con la società, ma non si intromette a tutti i costi; ha saputo creare un gruppo eccezionale, dare serenità e calma; sa valorizzare quanto ha per le mani assumendosi responsabilità chiare, senza mai nascondersi». Il Genoa va in serie A, è già da serie A nel senso di rimanerci con onore? «E' un gruppo importante e credo che con qualche ritocco di ulteriore qualità possa ben figurare e non essere una comprimaria». Andando contro ogni tradizione. «E bbbbasta con 'sta cacchio di maledizione, è vero che tutti noi genoani abbiamo il muguno facile. Sarà anche un bene, ma impariano a pensare positivo e a essere più ottimisti, basta con il piangersi addosso e con la maledizione che ci frega». Dopo mesi e mesi di nuovo una corsa sotto la Nord. «Erano già quasi tutti in campo, ma ho pensato che era doveroso fare questo ringraziamento ai tifosi, mi sono portato mia figlia Paola. Era un grazie che va anche ad altre persone che mi hanno accompagnato in questi mesi: come Gianni, Biondi, l'amico Maurizio Mascia, Massimo Donelli e ne dimentico certo qualcuno». Domani come sarà? «Un'altra storia perché così mi sarò reso conto di cosa abbiamo fatto e ci sarà una serie A da onorare. Quest'anno abbiamo fatto un'impresa, noi e il Napoli perché un posto lo aveva comunque portato via la Juventus». C'è anche un derby in vista. «Il Genoa in A è un'occasione in più anche per la città...». La sua testardaggine alla fine ha portato frutti. I liguri sono cocciuti, lei lo è ormai di adozione e non scherza. «La testardaggine non la ritengo una cosa positiva, io dico "non mollo" e con questo non voglio dire di essere testardo, ma uno che crede in quello che fa e che ci crede due volte, se sa di dovere anche ribaltare un'ingiustizia». Pastorello è stata un'altra mossa vincente. «Pastorello è un amico e un signor conoscitore del calcio e dei suoi ambienti. Sì, certo, ha saputo definire la costruzione dell'ambiente vincente. Io seguo il Genoa, ho impegni nella mia azienda. Genoa e Giochi Preziosi sono due cose diverse che vanno entrambe bene». Tre promozioni in tre anni: B-A con capitombolo in C, ritorno in B e subito A. Quel segno "tre" con pollice, indice medio... «Sì, ricordavano anche quello. Io arrivo da una terra dove si semina molto, si zappa tantissimo e poi si vede cosa si raccoglie. A volte il "tempo" non aiuta. Ecco perché io dico che "non mollo", non perché sono testardo, proprio perché"non mollo"». Presidente ricorda ancora quella manina sventolata tre anni fa che faceva "Ciao, ciao"? «Certo e spero di "stringerla" quella mano, vedrete che stretta...». Arrivederci.
IL SECOLO XIX - La forza di non mollare. dietro l'impresa. di Giorgio Carozzi. Enrico Preziosi ha accettato rischi e sfida. E' riuscito a sottrarsi all'abbraccio fumoso del Gotha dell'imprenditoria locale. E ha compiuto un mezzo miracolo, il cui valore si misurerà nel tempo. Ma che già oggi si colloca tra le imprese da scolpire nella storia della città, soprattutto perché realizzata in contemporanea con la peggiore stagione vissuta dalla Genova del porto e del commercio (non quella del mattone, naturalmente). Lavoro, competenza e investimenti pagano. E diventano oro colato se la squadra è gioiosamente presa per mano da un giovane allenatore - Gian Piero Gasperini - che distribuisce sogni coniugando solidità al bel gioco. Vittoria della tenacia e della fantasia, quella del Genoa. E per una volta, anche della giustizia. Perché non ci può essere rivincita contro i villani rifatti, gli avventurieri con le mani in pasta nelle infinite corruzioni del sistema, gli affaristi entrati nella Banca del Calcio. Gli ignavi e i killer telecomandati. Gli arroganti e i boriosi che ci hanno messo in ginocchio con il loro sarcasmo. I gufi di ogni sponda che non aspettavano altro... Adesso sanno che il nostro mondo rovescia anche le vecchie certezze della storiografia, non finisce ai confini della Lanterna ma si allunga fino a Shanghai. Hanno copiato, frugato, saccheggiato, forse avvelenato la nostra avventura e i nostri segreti più preziosi. Ma essere genoani è un lavoro a tempo pieno. Anche se non risulta nei curriculum, battersi contro stranezze, furbizie e ricorrenti avversitàè un'esperienza formativa, tempra lo spirito e prepara alla vita. Il nostro vecchio e amatissimo Grifo, riunisce insieme sotto la stessa lingua e identico dialetto quelle persone che per lasciarsi andare alle emozioni hanno bisogno sempre di complessità, di sincerità sempre imbarazzante, talvolta scandalosa o estrema. Le nostre canzoni non si canticchiano, non si ballano, non si accompagnano con gli accendini accesi: si vivono in spazi chiusi come il cuore. Dove la bellezza va cercata anche dentro i nostri anni spietati. Ci sono state stagioni in cui la fede genoana era un bene, equivalente ad una eredità da trasmettere per testamento. Si credeva, senza problemi, così come avevano fatto padri, nonni e bisnonni. Non è più così, e forse è un bene. Restano dottrina e riti, naturalmente. Ma la genoanitàè soprattutto un modo di vivere che le nuove generazioni devono guadagnarsi affacciandosi sul Ferraris. Con la certezza che chi ci ha preceduti, lassù ci sta ritagliando una Stella.
IL SECOLO XIX - Difese ok. E' lo 0-0 più bello Una traversa e un palo poi inizia la festa per tutti. Le difese prevalgono sugli attacchi, ma la promozione arriva via radio. Il Grifone soffre fino alla fine, sciupa con Leon il colpo del ko poi centra la terza promozione consecutiva. di Giovanni Ciolina. Genova. Abbracciati in serie A. Genoa e Napoli si presentano fianco a fianco alle porte del Paradiso. Ed è una visione celestiale per il popolo rossoblùazzurro. «Insieme in serie A» era la sciarpa ideata dai tifosi partenopei e quella che sembrava una conclusione difficile si trasforma in un copione perfetto. «Che bello festeggiare insieme. Non mi era mai capitato ed è grandioso» sono le parole di un Edy Reja stravolto, ma felice. Nel pancione di Marassi abbraccia il collega Gasperini ed è un quadretto indimenticabile. «Vieni con noi. E' qui la festa»è l'invito del Gasp. «Devo tornare a Napoli. Piuttosto lascia i tuoi ragazzi a casa già da domani» ribatte Reja. «Non ci penso neanche. Il bello comincia adesso»è il Gasp-pensiero. Vero, il bello comincia adesso e anche la gara di ieri è già storia vecchia. Conta solo lo 0-0, con le due formazioni che non riescono a scardinare le rispettive difese e recriminano per un legno per parte. Quisquilie, avrebbe detto Totò. L'importante è che dopo dodici anni esatti il Grifone lascia la cadetteria. E la gioia esplode veemente. Il fuoco della passione genoana divampa improvviso all'annuncio del pari del Piacenza. E già, perché proprio il gol del pareggio della Triestina al 20' della ripresa, vendica dodici anni di patimenti, sfottò, incubi. Ma quanta sofferenza nei novanta minuti del Ferraris che si dipanano in un'altalena di emozioni in grado di stroncare anche il tifoso più distaccato. la serie A rimane saldamente in mani napoletane per tutto il tempo, mentre il Grifone la vede sfuggire a più riprese. Ma quando lo agguanta, non lo molla più. Gli artigli del Grifone sono resistenti come l'acciaio, il coraggio e la voglia di festeggiare fanno da collante incredibile con la festa che può cominciare. Inebriante. «Impernsabile» dirà Marco Di Vaio. Ed ha ragione. Per il terzo anno consecutivo il Grifo vince il campionato e ora la massima serie è realtà. Già alla lettura delle formazioni il Ferraris schiuma ansia, rabbia, tensione, voglia di fare festa. Gli "olè" sono un'esplosione assordante. Le mani del popolo si agitano in modo frenetico. Assomigliano a piccole bandierine, con appendice rossoblù. Sale la febbre, sale proporzionalmente all'avvicinarsi del fischio d'inizio. Marassi è uno sfavillio di colori. Una centrifuga nella quale il rosso fa stingere il blu in azzurro. E il cuore batte a mille. Tensione allo stato puro quando Lupo Greco batte il calcio d'avvio e MarcoRossi tenta uno slalom liberatorio, più che utile. Anche questo serve comunque per entrare in partita perché le gambe non sempre riescono a rispondere esattamente all'impulso della testa. I due tecnici si affidano alle formazioni annunciate alla vigilia ma, assopite le fiammate iniziali, Genoa e Napoli battagliano soprattutto nei trenta metri centrali. E' lì che i partenopei sembrano più reattivi, pronti. Meno attanagliati dai nervi. Al 10' Montervino si trova a penetrare nel cuore della difesa rossoblù, ma sbaglia il passaggio per Sosa e Calaiò. Si vede che la tensione ingessa il Grifone. Le ali non si spiegano. Leon non riesce a ubriacare Savini. Fabiano ha il freno tirato. E così il Napoli riesce a far paura. Tremenda paura al 19 quando il Pampa Sosa colpisce a colpo sicuro di testa in mezzo all'area. La traversa salva Rubinho. Cresce l'azzurro e il blu si accartoccia. Il centrocampo è degli ospiti, Montervino sovrasta Coppola. Se si aggiungono le difficoltà di Greco a liberarsi dell'avversario e soprattutto a tenere palla per far salire la squadra, il quadro è completo per un avvio a prevalenza napoletana. Anche Calaiò (24') prova a ferire il Grifo con un sinistro da fuori che sfiora il palo alla destra di Rubinho. Si soffre. Tanto. Troppo anche perché da Piacenza arrivano brutte notizie. Minuto 33: il pari non basta più. Pastorello e Preziosi sono due maschere. Leon, croce e delizia genoana, infiamma Marassi con una punizione dal limite sul quale Iezzo si supera. Che partita! A prova di coronarie, perché ora è il Genoa a schiacciare il Napoli. Ma non passa. Esce Coppola per stiramento e Juric lo bacia prima di entrare in campo. Napoli cala, mentre il Grifone si procura tre occasioni da rete in dieci minuti (punizione di Leon e Domizzi in extremis in angolo) che culminano con il palo centrato da De Rosa in pieno recupero. C'è da soffrire. E soprattutto con la malasorte a giocare contro il Grifo. La pubalgia non lascia scampo a De Rosa che abbandona. Gasperini rivoluziona la difesa. Rossi fa il terzino e Galeoto il centrocampista. Di necessità virtù, ma Bagnoli avrebbe storto il naso. Almeno. Il secondo tempo è più Genoa che Napoli. Leon sciupa il kappao (8'); i due portieri fanno a gara per prendere la palma del migliore. Il guizzo di Rubinho su scudisciata di Bogliacino al 39' è da grande campione. Anche questa è la serie A. Anche questa è la passione rossoblù.
IL SECOLO XIX - Gasperini, il gentiluomo che gioca sempre per vincere L'allenatore. «Ma l'importante è lavorare bene e costruire qualcosa». Ora sogna la Uefa. di Giuliano Gnecco. LE IDEE CHIARE e nessuna paura: «No, sarò incosciente ma ho grandi stimoli e grandi motivazioni. Prima di tutto bisogna lavorare bene». Gian Piero Gasperini, torinese di Grugliasco, 49 anni, mostrò questo biglietto da visita il giorno della sua presentazione nel luglio scorso. Il salto da Crotone a una realtà più grande e con maggiori pressioni come Genova non lo spaventava anche se, pur essendo il Genoa una neopromossa, c'erano pressioni per vincere subito. «È uno slogan che va bene dappertutto ricordò - Il culto della vittoria è importante, ma ci sono anche altri valori: lavorare bene, costruire qualcosa nel tempo. I genoani hanno tradizione e credo sappiano distinguere quando c'è il lavoro e il gioco. La cultura della vittoria ha fatto danni. Poi è chiaro che vorrei una squadra con la quale i tifosi si identifichino, non presuntuosa, che cerchi sempre di vincere». Le idee chiare e nessuna paura: niente proclami, niente promesse a vanvera, ma un manifesto programmatico realizzato in brevissimo tempo. Per esempio: «Quando si parla di Genoa si pensa al pubblico e meno alla squadra. Vorrei che si potesse pensare anche alla squadra. E tra vincere 4-2 o 2-0 scelgo sempre la prima ipotesi». Risultato: in questa stagione il Grifone si è fatto apprezzare per la qualità del suo gioco, per lo spettacolo che ha saputo offrire. E per i risultati che ha ottenuto attraverso la ricerca continua della vittoria. È la mentalità vincente che Gasperini è riuscito a dare alla squadra. Anche, quando era il caso, bacchettandola quando dava l'impressione di accontentarsi. Come a Verona. È questa una delle principali qualità di Gasperini: quando qualcosa non va non dà la colpa ad arbitri, a complotti, o a qualunque cosa per nascondere i problemi. Ci mette sempre la faccia, si espone in prima persona. Sa quando è il momento di dare la scossa, quando la terapia d'urto può essere utile alla causa. Come dopo la sconfitta di Pescara, con mille attenuanti: «È un dato di fatto, questa squadra così come è non ha un organico che può competere per la serie A - disse - Lo avrei detto anche se avessimo pareggiato. Poi se vogliamo pensare che bisogna andare in A a tutti i costi per l'importanza della piazza è un altro discorso; ma non mandiamo in campo i nostri tifosi, altrimenti vinceremmo sempre». La scossa servì a portare i rinforzi giusti. Poi diede nuovamente la scossa a Piacenza, in un momento difficile, e a Cesena: fu la svolta definitiva per la cavalcata finale. Tanti i pregiudizi su Gasperini. Uno su tutti: che è troppo offensivista, che non cura la difesa, anche se fin dai primi giorni di ritiro a Neustift si occupò da subito della fase difensiva. «A Crotone - ricorda - passavo per difensivista perché giocavo con una punta sola. La differenza la fa la filosofia calcistica: se scendi in campo per non perdere o per vincere. È fondamentale. Puoi anche giocare per non perdere e vincere, ma se giochi per vincere cambia tutto. Sotto il profilo tattico sono elastico, l'unico aspetto dal quale non prescindo è l'attaccante centrale». Un'altra delle qualità principali di Gasperini: la gestione del gruppo. Per molti, già adesso, in questo è superiore anche a Prandelli. È bravo a far sentire tutti utili e importanti, a non escludere nessuno. «In un gruppo ci vogliono regole uguali per tutti che vanno rispettate - ricorda - Per un giocatore il calcio deve essere la prima cosa, non la sesta o settima». Gasperini il predestinato: era allenatore in campo anche quando faceva il capitano nel Pescara dei miracoli di Galeone. Eppure inizialmente non pensava di intraprendere questa carriera, neppure quando lavorava nel vivaio della Juve: «All'epoca non avevo la certezza di fare l'allenatore - ricorda - Ero gratificato dal settore giovanile e visto che da calciatore avevo girato molto sentivo l'esigenza di stare a casa. Una scelta di vita. Pensavo di avviare un'attività mia e insegnare calcio». Poi cambiò idea: «Si dice sempre che i settori giovanili debbano essere la base ed invece non frega niente a nessuno. Ricordo che vincemmo il Viareggio con la Juventus e poi tornammo in Toscana per le finali nazionali. Finimmo a giocare in campi orribili e con luce scarsa. Allora mi son chiesto perché. Ed ho cambiato idea». Ora Gasperini è pronto ad affrontare il suo primo campionato di serie A da tecnico. Ma il suo futuro è già scritto: la nuova dirigenza della Juve guarda a lui per aprire un ciclo. Vuole lasciargli qualche anno per fargli fare esperienza, vuole valutarne i progressi per poi richiamarlo. Nel frattempo al Genoa ha ancora molto da dare. C'è da affrontare un campionato di serie A, che si presenta da subito non facile. Eppure il Genoa è una piazza che non può restare nell'anonimato, è una squadra che deve avere ambizioni. E ha un sogno: ripetere la stagione del Parma nel primo anno, con Pastorello al timone: l'Europa al primo colpo. In sintesi: c'è la pressione di vincere, come nello scorso luglio. Gasperini fa spallucce, con le idee chiare e nessuna paura: prima si pensa alla salvezza, senza rinunciare alla ricerca del risultato attraverso il gioco, poi sognare diventa lecito. Ma un passo per volta: prima c'è da godersi una festa che è appena iniziata.
IL SECOLO XIX - Criscito, il baby del vivaiodestinato alla Nazionale LA CONSACRAZIONE di Giuliano Gnecco. TRE ANNI a Torino, sponda Juvoritus, per crescere e farsi notare da Fabio Capello, che lo inserì nella lista di Champions League. Poi Domenico Criscito, 20 anni, tutta la trafila fatta nei settore giovanile del Genoa, è tornato in rossoblù da protagonista. Due giocatori per ogni ruolo, era la richiesta di Gasperini: lui doveva essere l'alternativa a Stellini. E stato invece subito promosso titolare sul campo. È una deve tante scoperte di Claudio Onofri, che lo aveva portato a Genova ancora bambino. Ciò che colpisce di Criscito è l'innato senso della posizione e la tranquillità: quando interviene dà sempre l'impressione dl non faticare. Tutto troppo facile. Alessandro Gaucci è stato il primo a caldeggiare la sua convocazione in Nazionale: per ora è arrivato il passaggio dalla Under 21 di B alla Under 21 assoluta, ed è solo il primo passo. Mimmo Criscito è un personaggio singolare: è un napoletano atipico, chiuso, serio, riservato. Sembra più tedesco che campano. Salvatore Aurelio diceva che «chillo'n è napuletano», quello non è napoletano, a conferma del suo carattere timido o introverso. Non solo, è forse l'unico giocatore ai inondo che fra Genoa eJoventus non ha dubbi: dipendesse da lui, resterebbe a Genova per sempre. Non lascerebbe mai il Grifone, del quale è diventato anche tifoso. A gennaio, quando era da decidere la sua comproprietà, la società lo ha convinto a firmare perla Juventus solo assicurandogli che questa era la soluzione migliore peril bene del Grifone. Ciononostante, lui insiste per restare almeno un'altra stagione in rossoblù.
IL SECOLO XIX - Di Vaio punta e difensore campione rinato in rossoblù. di Giuliano Gnecco. L'ex azzurro. UNA SCELTA difficile e impegnativa: dalle Coppe europee e il calcio internazionale alla serie B. Marco Di Vaio l'ha fatta senza esitare. Eppure aveva anche la possibilità di trasferirsi in Inghilterra. Però aveva un sogno: tornare in Italia, fare bene con il Genoa e riconquistare la Nazionale. Adesso gli manca solo la realizzazione della terza parte del progetto. Eppure l'inizio, più che un sogno, era sembrato un incubo: l'attaccante non trovava la condizione fisica e mentale. Giocava in un ruolo che non gli è congeniale: prima punta. E non riusciva a trovare il gol. Dopo una lunga inattività per infortunio, stentava a ritrovarsi. Impietosi sono arrivati anche i fischi. Tuttavia l'allenatore, la società e i compagni hanno sempre avuto fiducia nei suoi confronti. Il suo carattere semplice e disponibile hanno favorito il suo inserimento immediato nello spogliatoio, che l'ha sostenuto senza remore. A Crotone la fine di un incubo: la doppietta, l'abbraccio con i compagni e con Fabrizio Preziosi, che lo hanno festeggiato come se avesse realizzato le reti decisive in una finale mondiale: la prova della forza del gruppo. In Calabria Di Vaio si è sbloccato, favorito anche al ritorno al ruolo per lui più congeniale di attaccante esterno. Per ripagare la fiducia che Gasperini gli aveva garantito nei giorni bui, si è sacrifitato in uno sfiancante e umile, quanto prezioso lavoro di copertura, ripiegando a sinistra fino alla propria area, come non faceva forse neppure da ragazzo. Cosa gli manca? Solo una preparazione estiva completa, come non fa da un paio d'anni. Poi può anche pensare alla Nazionale.
IL SECOLO XIX - La rivincita di Rossi e Stellini dopo la promozione negata. I veterani. di Giuliano Gnecco. LA SERIE A persa e ritrovata. Il coraggio di ripartire, di ricominciare tutto dall'inizio. Una fascia da capitano per due: Marco Rossi e Cristian Stellini sono - con Alessio Scarpi - i soli reduci della promozione negata, della Grande Beffa, della delusione più amara. Eppure hanno saputo rimettersi in discussione, hanno sapuro accettare la C e ripartire mettendo in campo la rabbia montata nella rovente estate di due anni fa. Un viaggio in Paradiso e ritorno passando dall'Inferno. Marco Rossi avrebbe potuto giocare in A comunque: fra gli altri lo voleva l'ambizioso Palermo di Zamparini. Ha fatto una scelta di vita, ha preferito restare, affrontando ogni traversia. É stato protagonista della rinascita prima con Vavassori, poi con Gasperini. Il nuovo allenatore gli ha chiesto pure un altro sacrificio: coprire tutta la fascia, con compiti anche difensivi. Rossi si è subito calato nella parte, dimostrandosi anche eccellente difensore. In avanti, poi, la sua intesa con Adailton gli ha permesso di dare un contributo importante anche in fase offensiva. Stellini era invece il veterano, il capitano designato. L'esplosione di Criscito lo ha relegato spesso in panchina. Allora ha fatto il capitano nello spogliatoio, dando l'esempio con la sua professionalità e centribuendo a cementare un gruppo fortissimo. Quando è stato chiamato in campo non ha mai tradito. Ma non ha alzato i toni quando ha dovuto tornare fuori dall'undici titolare. Anche lui avrebbe potuto scegliere la scorciatoia per la A: lo voleva il Livorno. Ha detto no. Questa è una rivincita anche per loro.
IL SECOLO XIX - Pagellone di Giuliano Gnecco. RUBINHO 7 Al 19’ lo aiuta la traversa sulla deviazione di Sosa. Ilmiracolo lo compie all’11’ della ripresa quando si allunga per deviare in angolo l’incornata a botta sicura di Sosa sulla punizione di Bogliacino per un fallo inesistente fischiato a Rossi.Anche in uscita la suamanona arriva sempre prima di tutti. Reattivo anche sul sinistro di Bogliacino che, dalla distanza, vuole cancellare i sogni. BEGA 7 Con Calaiò cercando l’anticipo, con Sosa cercando dimetterla in velocità. È unmastino che non molla mai. Nel recupero della prima frazione si guadagnerebbe pure un rigore per una trattenuta: Rocchi non vede, e non sente neppure le proteste. Nella ripresa è costretto a passare prima a sinistra poi inmezzo nel rimpasto causato dall’uscita diDe Rosa. DEROSA 6,5 Per lui daNapoli si èmossa tutta la famiglia: se questa partita è uno scontro fratricida, amaggior ragione lo è a casa sua. Nel recupero di primo tempo sceglie da che parte sta il cuore: colpisce di testama ciò chemanca è la fortuna e qualche millimetro, così Iezzo può ringraziare il palo. È il canto del cigno, poi si arrende alla pubalgia (1’ st GALEOTO6,5: si sistema sul binario destro, senza sbavature). MASIELLO 6 Con Sosa il duello è fisico e preferibilmente in alta quota.All’occorrenza si adegua con la palla a terra quando in zona – non di rado fa capolino Calaiò. Là dietro sembra sempre quellomeno sicuro e più impacciato. Con l’uscita diDe Rosa, passa a fare il centrale.Dura poco: torna presto a sinistra. ROSSI 7,5 Cuore, polmoni e spinta.Ma anche compiti dimarcatura sull’avversario più insidioso: Bogliacino, autore dimolte delle fortune campane. Lo limita egregiamente, poi gli si chiede anche di più, l’ennesimo sacrificio: con l’allarme rosso in difesa, deve scalare indietro a fare il terzino vero. Capitano coraggioso. MILANETTO 6 Parte a pieni giri, sembra indiavolato: dai suoi piedi passa ogni pallone. Poi patisce l’esuberanza e il dinamismo diGatti che – lesamaestà – gli soffia pure la sfera da sotto il naso. Allora ci prova anche Sosa, e il regista perde sicurezza (30’ st ADAILTON SV: ci prova su punizione,ma non è fortunato.Avrebbemeritato il gol). COPPOLA 6 Mostra i denti aMontervino, che pure soffre.Allamezz’ora entra con la consueta aggressività su Gravama si famale ed è costretto a gettare la spugna (31’ JURIC7: è carico come una pila; subisce un fallaccio e si rialza di scatto incitando laNord ad alzare il volume. Cerca fortuna anche su punizione, emanda al tappeto Cannavaro con un siluro di sinistro). FABIANO 6 Sembra avere il freno tirato: timido, rare le accelerazioni e gli affondi sulla fascia. Così fa ringalluzzireGarics che può provare anche a spingere. Poi cresce. LEON 6 Costringe Savini ad abbassarsi, in pratica facendo passare la difesa partenopea a quattro uomini.Al 36’ cerca il bis del gol dell’andata,ma questa volta Iezzo non si lascia sorprendere. Poco dopo, però, va a infastidireDi Vaiomentre sta scaricando il destro alle spalle del portiere.All’8’ della ripresa ha poi ilmatch ball solo davanti a Iezzo,ma angola troppo e finisce per sbagliare. GRECO 6 Cannavaro non ha certo le qualità del fratelloma è unmastino: sfruttando i centimetri, sulle palle alte anticipa sempre Lupo, e anche su quelle a terra non concede un centimetro. Ma si batte con ardore. DIVAIO 6,5 Grava glimonta la guardia, e all’occorrenza raddoppia pureGarics: difficile trovare spazio.Quando trova il varco giusto e calcia in porta, interviene non invitato Leon a rimpallargli la botta. NAPOLI Iezzo 6,5;Grava 6,5, Cannavaro 6,5,Domizzi 6;Garics 6,5 (48’ stGiubilato sv),Montervino 7,Gatti 6,5 (18’ stDalla Bona 6), Bogliacino 6,5, Savini 6,5; Sosa 7, Calaiò 6 (13’ st Pià 6,5). ARBITRO Rocchi di Firenze 5: in pieno recupero di primo tempo, Bega plana a terra in area – trattenuto da un avversario –mentreDe Rosa colpisce il palo. Fischia a Rossi un paio di falli in difesa che vede solo lui.
LA REPUBBLICA - Gasperini, mister fair play ‘Visto che si può vincere qui?´ L´Allenatore. di Luca Palmieri. Aveva promesso di lasciarsi andare almeno a obiettivo conquistato, correndo a perdifiato sotto la Nord. Ma Giampiero Gasperini non ne ha avuto bisogno. «Perché Scarpi mi ha preso di peso e mi ci ha portato lui. Meglio, così ho fatto meno fatica». L´uomo che ha regalato al Genoa un sogno atteso dodici anni è fatto così. I comportamenti scontati non gli piacciono, ma le lacrime a fine gara testimoniano comunque la passionalità con cui vissuto questa splendida cavalcata. Per lui una delle gioie più grandi è però di aver allontanato quella cappa di pessimismo cosmico che ammantava l´ambiente rossoblù ed aveva pericolosamente rifatto capolino dopo la beffarda sconfitta di Mantova. «Avete visto? – dice soddisfatto – Non è detto che le cose vadano sempre a finir male. E´ quello che ho sempre sostenuto ma ora i fatti parlano chiaro: si può vincere anche qui». Il futuro riparte da lui anche per questo. Ma non solo. Perché Gasperini è uno che ha fatto vincere il Genoa e ci è riuscito con il gioco e con una fiducia nella proprie idee, che non hanno mai vacillato neanche nei momenti più difficili. Come dopo la sconfitta di Cesena, quando tutti vedevano nero e lui invece era soddisfatto. «Quando una squadra gioca come avevamo fatto noi in Romagna, non è in crisi. Non va in campo con quella personalità. E i risultati successivi lo hanno dimostrato». Gasperini ha anche il merito di aver fatto innamorare Enrico Preziosi, considerato da tutti un mangia allenatori e che invece ha parole, nel momento del trionfo, dolci come il miele per il suo tecnico. «E´ un grandissimo professionista – dice il presidente rossoblù – e pensa prima di tutto al suo lavoro, è un allenatore che collabora con la società e non si intromette. Ci vogliamo tanto bene e continueremo assieme la nostra strada». La corrispondenza di amorosi sensi calcistici diventa esplicita nelle dediche di Gasperini. «Questa vittoria è innanzitutto dedicata a Preziosi. Perché è quello che ha sofferto di più. Ha passato dei momenti terribili, ma è andato avanti e, non bisogna dimenticarlo, senza di lui il Genoa non sarebbe mai arrivato tanto in alto». «Per centrare questo obiettivo io, Scarpi e Stellini abbiamo dovuto vincere tre campionati di fila. Penso sia un record, ma ce l´abbiamo fatta. E ci siamo tolti un gran bel peso dallo stomaco». Difficile trovare, nel gaudio comune, una gioia più profonda di quella di Marco Rossi. Perché lui è sempre stato presente nell´incredibile triennio del Genoa ed ora è vicino al sogno più grande. «Quello di giocare in A con questa maglia. Ora ci sono quasi. Mi basta anche una partita sola, poi magari posso anche ritirarmi». Scherza ovviamente il tornante, mentre Gaetano De Rosa ha quasi i lucciconi agli occhi. Ha giocato per un tempo, nonostante la pubalgia, perché quella per lui era la partita della vita. «Il mio Genoa ed il mio Napoli assieme in serie A. Tutto troppo bello, quasi da non crederci. E´ la pagina più bella della mia carriera. Se fosse stato un film, o un romanzo, sarebbe stato difficile immaginare una scena migliore. Indimenticabile». Chi invece non sembra provare emozioni è Rubinho, il portiere brasiliano: impassibile, nella delusione come nella gioia. «Ma dentro di me sono felicissimo, credetemi. Ho vinto un mondiale Under 17 con il Brasile ma qui è ancora più bello. Tanti hanno provato a centrare questo obiettivo, noi ci siamo riusciti. Devo ringraziare mio fratello Zé Elias, che la scorsa estate ha sciolto i miei dubbi. "Vai – mi ha detto – perché lottare per la promozione con il Genoa vale molto di più che essere già in A da un´altra parte". Aveva ragione».
LA REPUBBLICA - Preziosi, la risurrezione "Ora la grande avventura". Il presidente: "In A non per fare la comparsa". Cinque minuti prima della fine ha lasciato il suo posto in tribuna per guardare in tivù Piacenza-Triestina. "Dedico questa promozione a tutti quelli che ci vogliono bene, due anni di sofferenza sono ripagati..." "La regola dei dieci punti era davvero assurda, ma d´estate l´abbiamo accettata e quindi non era giusto contestarla" "Sono uno che non molla e non mi spavento se c´è da pedalare in salita". di Gessi Adamoli. È tornato dopo due anni esatti sotto la Gradinata Nord. Enrico Preziosi mostra le tre dita, che non sono il segno abituale della vittoria, ma che hanno comunque un significato preciso. «Tre - spiega - se mai qualcuno non capisse, sono le promozioni di seguito del Genoa. Non è vero che sono un testardo. Anzi, non lo considererei nemmeno un pregio perché essere duri di testa non è certo una qualità. Semplicemente io sono uno che non molla e non si spaventa, se è chiamato a pedalare in salita. Non a caso vengo da una terra dove si zappa tanto, si semina molto e forse si raccoglie». Aveva lasciato il suo posto in tribuna d´onore cinque minuti prima del novantesimo. Troppa tensione. «Così - racconta - sono andato davanti alla tv a guardare Piacenza-Triestina e, lo ammetto, ho gufato». Quando è finita è risbucato in tribuna. «Dedico la promozione a tutti quelli che ci vogliono bene. Questa vittoria ripaga di due anni di sofferenze i tifosi e la città. E fondamentale per risorgere è stato l´affetto con il quale la nostra gente ci ha sempre seguito», sono state le sue parole prima del bagno di folla davanti alla Nord. In sala stampa si è presentato con la tuta del Genoa, dopo la battaglia mista ad acqua e champagne degli spogliatoi: «La gioia che si prova è difficile da definire, c´è ancora troppa adrenalina in circolo per poter essere lucidi nel raccontare le proprie emozioni. Mi sento, però, di dire che in serie A vanno le due squadre che più delle altre hanno dimostrato di meritarlo. La regola dei dieci punti era davvero assurda, ma siccome quest´estate l´avevamo accettata, poi non potevamo contestarla. Ma, per una volta, c´è stata giustizia. La promozione di Genoa e Napoli è più che legittima e non dimentichiamoci che quest´anno in B c´è stata anche l´invasione della Juventus». Il suo vecchio amico Gianni, gli avvocati Biondi e Mascia, e il suo nuovo compagno di sofferenze calcistiche Massimo Donelli. A loro va il pensiero del presidente nel momento del trionfo: «Naturalmente insieme a tutti quello che vogliono bene al Genoa. E a loro dico che da domani sarò al lavoro per preparare una nuova, grande avventura perché, e chi mi conosce lo sa perfettamente, io sono uno che a fare la comparsa non ci sta». Ed il Genoa della serie A riparte naturalmente da Giampiero Gasperini. «Gli voglio bene - confida Preziosi- dal punto di vista umano mi ha dato molto e sul piano professionale non si può certo discutere. Questo sarà il mister con il quale lavorare a lunga gittata per un progetto ambizioso e importante». Qualche giocatore arriverà, altri partiranno. E da loro Preziosi non si separerà a cuore leggero. «Perché in tanti anni di calcio questo è stato il gruppo più compatto e unito che ho avuto. Ancora migliore rispetto a quello straordinario di Como con il quale in due anni ero andato dalla C alla serie A». A proposito di suoi ex, un pensiero non può non andare ad Allegretti, c´è anche la sua firma in questa promozione. «Un giocatore di qualità, non a caso in passato ero stato tentato di portarlo al Genoa». Promette un Genoa protagonista nella massima serie A e pregusta già il derby: «Ricordate quella manina in gradinata Sud che ci faceva ciao? Era il mio primo derby e non l´ho dimenticata. Ora, però, potremmo ricambiare quel saluto...». Grande commozione anche per Giambattista Pastorello, il vicepresidente rossoblù che è entrato in società il primo febbraio e ha subito raggiunto la promozione. «È stata una giornata indimenticabile - confida - festeggiamo una promozione meritatissima in serie A, ma abbiamo anche avuto la fortuna di partecipare ad una giornata speciale. Quello di cui sono stati protagonisti i tifosi di Genoa e Napoli è stata una vittoria di tutto il calcio italiano, proprio in un momento così delicato del nostro sport». In campo è stata la vittoria di Gasperini e dei suoi ragazzi, ma dietro c´è il lavoro della società. Preziosi, Pastorello, l´amministratore delegato Zarbano, ma anche Stefano Capozucca, che in maniera molto defilata e discreta ha comunque recitato un ruolo determinante.
LA REPUBBLICA - LA PARTITA Tifosi in campo dopo le notizie di Piacenza. E con lo 0-0 previsto. Invasione prima della fine ultima palla giocata in mutande. di Gessi Adamoli. GENOVA - L´ultima palla, prima del fischio finale che sancisce la promozione in serie A in tandem di Genoa e Napoli, la tocca Masiello che è in slip e sta cercando in qualche modo di infilarsi una maglia che non è la sua ma è comunque metà rossa e metà blu. Quanto basta per far arrivare in fondo la partita, dopo che una falsa notizia, secondo la quale a Piacenza era finita, aveva fatto scattare un´invasione collettiva di campo con molti giocatori spogliati e le loro maglie prese come trofei. Dopo cinque minuti di interruzione si è ripreso a giocare (pro forma e solo per pochi secondi) e poi finalmente Napoli e Genoa, in virtù del pareggio della Triestina a Piacenza, hanno potuto festeggiare insieme il ritorno in serie A proprio come nel 1962. Il Napoli mancava dalla massima serie da sei anni, il Genoa addirittura da 12. C´è stato così il lieto fine per quella che, alla vigilia, rischiava di essere una spietata lotta fratricida. L´antico gemellaggio ha tenuto, non ha mai vacillato nemmeno quando, con il Piacenza in vantaggio, la partita non ha risparmiato alcuni colpi proibiti da una parte e dell´altra e anche favorevoli occasioni da rete equamente divise (nel primo tempo una traversa di Sosa ed un palo di De Rosa). I tifosi di Genoa e Napoli hanno fatto festa insieme prima allo stadio e poi nelle via della città. "Benvenuto fratello napoletano" era scritto su enorme striscione. Tifosi mischiati al Ferraris esaurito da giorni e nel quale, attorno a mezzogiorno, centinaia di sostenitori napoletani avevano provato a sfondare entrando senza biglietto. Splendido il colpo d´occhio dello stadio con le bandiere del Genoa e del Napoli mischiate. «Una grande dimostrazione di civiltà - ha detto polemicamente il presidente del Napoli De Laurentiis - Al di là di gabbie, poliziotti prefetti, ministri o... minestre i tifosi di Napoli e Genoa hanno risposto in modo molto maturo».
LA REPUBBLICA - LA FESTA "La maledizione è finita punto tutto su Gasperini" Allo stadio anche Skuhravy e i figli di Signorini e Scoglio. Poi in piazza tutti a cantare "Oi vita mia" con i napoletani. Il presidente: "Siamo in testa da tre anni, io non mollo mai e non ci sto a fare la comparsa". di Gessi Adamoli. GENOVA - Mentre il piccolo autobus scoperto, solitamente usato dai turisti per il giro della città, guadagna, facendosi largo tra la folla, faticosamente De Ferrari, la piazza che è il cuore della città, alcuni tifosi, proprio sotto Palazzo Ducale, srotolano quasi 50 metri di striscione: "Ci volevano uccidere, ci hanno reso immortali". Soltanto due anni dopo essere stato retrocesso dal primo posto all´ultimo del campionato di serie B e cacciato in C per illecito, il Genoa si riprende la serie A sul campo. Su quel bus c´è anche Enrico Preziosi, il presidente che in tanti stadi in giro per l´Italia è indicato come "l´uomo della valigetta", ma che è idolatrato dalla sua gente. E in tuta, perché i vestiti erano zuppi dopo i festeggiamenti negli spogliatoi, si sporge a stringere centinaia di mani. Poco prima in conferenza stampa aveva promesso un Genoa protagonista anche in serie A: «Perché io a fare da comparsa, lo sapete, non ci sto mai». Al fischio finale era anche andato sotto la Gradinata Nord, quella dei tifosi duri e puri, dove non era più stato dalla sera maledetta con il Venezia di due anni fa. Faceva segno tre con le dita: «Perché questa è la mia terza promozione di fila con il Genoa, sono tre anni che siamo in testa al campionato. Io sono uno che non molla e credo di averlo dimostrato. Non mi spaventa dover pedalare in salita, del resto io vengo da una terra dove si zappa tanto, si semina molto e forse si raccoglie». Sotto la gradinata, portato in spalla da Scarpi, il portiere di riserva, ha fatto il suo bagno di folla anche Gasperini. L´allenatore, che ha sempre esternato con molta parsimonia i suoi sentimenti, si è finalmente lasciato andare nel giorno che i tifosi genoani aspettavano da 12 anni (era il 10 giugno anche il giorno dello spareggio con il Padova perso ai rigori). In sala stampa ha portato tutto il suo staff: secondi, preparatori atletici e massaggiatori: «Ci tenevo a condividere con loro, anche con quelli che si vedono meno perché lavorano dietro le quinte, questa grande soddisfazioni. Questa è la festa del Genoa e di chi gli vuole bene, una bellissima festa». E poi tutti a saltare e cantare: «In serie A, siamo andati in serie A...». Con il tecnico che si è formato nelle giovanili della Juventus e al quale ha dato fiducia dopo le buone stagioni di Crotone, Preziosi è convinto di aprire un ciclo: «A Gasperini voglio bene, sul piano umano ci ha dato moltissimo. E su quello professionale non si può discutere. Abbiamo un gruppo importante, il migliore che ho avuto in tanti anni di calcio e credo che arriveremo lontano. A proposito, nel primo derby con il Genoa c´era una grossa mano nella gradinata dei tifosi della Sampdoria che ci salutava ironicamente come a dire addio. Ma ora ci ritroviamo e chissà che quella mano non la mostreremo noi...». Eppure soltanto una settimana prima il Genoa credeva di aver compromesso tutto prendendo a Mantova un gol a due secondi dal fischio finale. E così erano riaffiorati antichi fantasmi. «Ora però basta parlare di sortilegio - è l´invito Preziosi - La maledizione non esiste. Capisco che non si può impedire ai genovesi il mugugno, fa parte del proprio Dna. Però aprirsi un po´ di più all´ottimismo sarebbe positivo non solo per la squadra ma per l´intera città». Dalla Germania, a festeggiare la promozione del Genoa, è venuto Tobias Scoglio e, da Pisa, Benedetta Signorini. Sono i figli dell´allenatore e del capitano della squadra dell´ultima promozione entrambi mancati prematuramente. In tribuna un grande ex come Thomas Skuhravy: «Da Praga sono tornato a vivere a Genova da un anno, questa città mi mancava troppo». La festa, con tantissime bandiere azzurre mischiate a quelle rossoblù, è proseguita sino a notte fonda. E a De Ferrari, per celebrare il ritorno del Genoa, tutti insieme a cantare O´ surdato ‘nnamurato: «Oi vita oi vita mia...»
IL GIORNALE - «Questa volta è tutto vero» Genova rossoblù in lacrime. di Massimiliano Lussana. Genova. Stavolta, è vero. Stavolta, non è come due anni fa, quando le emozioni della promozione dopo Genoa-Venezia, il clima quasi surreale e incredibile di quella notte, vennero cancellate poche ore dopo dall’apertura dell’inchiesta sportiva. Senza nemmeno lasciare il tempo di gustarsi quella serie A conquistata sul campo dopo dieci anni. Stavolta, se possibile, sono proprio la condanna per illecito, la sentenza «serie C e meno tre», le battaglie regolarmente perse davanti al Tar e alla giustizia sportiva, l’inferno della C su campetti di paese e la promozione in B acciuffata in extremis, che rendono tutto più bello, più caldo, più dolce, più emozionante. C’è qualcosa, c’è molto, di epico in tutto quello che succede. Sia per la storia, passata e recente del Genoa, sia per la promozione a braccetto con il Napoli. Che trasforma quello che poteva essere un confronto drammatico in una doppia festa a braccetto. Con un particolare in più a rendere il tutto ancor più magico: le due tifoserie sono gemellate e bandiere rossoblù e azzurre si mischiano in ogni settore dello stadio. Tanto che, se qualcuno volesse fare uno spot a favore del calcio, un fermo immagine sullo stadio Ferraris di ieri sarebbe perfetto. Ironia della sorte è un genovese che ieri non era a Genova, il radiocronista Emanuele Dotto, a mettere il bollo ufficiale su questo momento storico: è lui, inviato a Piacenza per Tutto il calcio minuto per minuto a seguire la squadra di Iachini, ad annunciare che l’incontro del Garilli è finito in parità e che, quindi, i play-off non ci saranno. E non è un particolare da poco dire che il Piacenza era allenato da Iachini: perché le altre due volte che il Genoa ha sfiorato la A, c’era di mezzo sempre lui. A Ravenna, quando la squadra romagnola non aveva niente da chiedere alla classifica, Iachini fu il giocatore che onorò la partita più di tutti, fin troppo per i genoani. E due anni fa fu sempre il Piacenza di Iachini, che aveva poco o nulla da guadagnarci, a condannare il Genoa di Cosmi a giocarsi tutto nella partita con il Venezia. Quella dell’illecito, per intenderci. È tutto molto letterario, emozionante, epico ribadisco. Come lo è la storia di queste due squadre, con i loro eroi e i loro martiri: Signorini, Gorin, il prof Scoglio, lo stesso Diego. Sono talmente tanti i particolari che nessuno scrittore, nemmeno il più fantasioso, avrebbe potuto scrivere un romanzo così ricco. Sembrerebbe tutto esagerato. E invece l’unica esagerazione è quella della realtà. Stavolta, le lacrime sono più lacrime. E non si tratta di pochi casi isolati: c’è un intero stadio e gran parte della città con gli occhi lucidi. Un osservatore capitato per caso ieri a Marassi attorno alle cinque del pomeriggio, avrebbe potuto pensare a un lutto collettivo o a una calamità naturale. E invece no. Le lacrime stavolta sono sulle guance di quasi tutti. Copiose, libere, irreferenabili. È un po’ il Dna del Genoa. «Più mi tradisci, più ti amo» dice la scritta dedicata al Grifone sui muri di tanti quartieri cittadini. E quelle lacrime sono figlie, per l’appunto, di tanto amore e di tanti tradimenti, di tante sofferenze. Piange il presidente Preziosi («Questa nessuno potrà portarcela via»), piangono i quarantamila di Marassi, piangono i capitifosi storici come Pippo Spagnolo, ultrasettantenne che sembra un vitellino, piangono i giocatori, hanno gli occhi lucidi persino i politici, dall’azzurro Alfredo Biondi al presidente della Regione diessino Claudio Burlando. A Genova c’è il ballottaggio per la Provincia e fino a sabato se le sono date (dialetticamente) di santa ragione. Ma per il Genoa si abbracciano e si baciano commossi. Poi, fuori, dopo le lacrime, la festa. Ogni quartiere, ogni caruggio, ogni strada si colorano di rossoblù, con spruzzate di azzurro. Rispuntano maglie di sponsor dimenticati e di un calcio di un altro mondo e di un altro tempo. Genoani e napoletani si fondono in un’unica, doppia, festa che ha il suo cuore in via Venti Settembre e a piazza De Ferrari, il salotto del centro, dotato anche di provvidenziale fontana. Un fumogeno entra nella sede della Regione e scoppia un principio d’incendio, col sapore acre del fumo. Il pullman scoperto della squadra attraversa la città a passo d’uomo e c’è chi deve aspettarlo per ore e ore. Niente, per chi ha atteso dodici anni.
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AKAIAOI |